La guerra vista con gli occhi di mio figlio

La guerra vista con gli occhi di mio figlio. Violenza in tv e non solo

La guerra vista con gli occhi di mio figlio. La questione me la sono posta qualche settimana fa. Quando, durante una cena a tu per tu con mio figlio, mentre distrattamente ascoltavamo il telegiornale, si è girato verso di me, e mi ha chiesto: “Papà, cos’è la guerra?

La domanda ovviamente mi ha preso in contropiede e, come sempre accade in questi casi, gli ho risposto con la prima cosa vera ma allo stesso tempo non troppo cruda da dire ad un bambino che mi è venuta in mente: “È una cosa brutta, Diego, è quella cosa brutta che fa piangere tanti bambini e mamme e papà”. Perplesso, si è accontentato della risposta. Per ora, perché dal suo sguardo mi sono reso conto che la questione, per lui, è ancora aperta.

La mia domanda successiva è stata: cosa percepisce un bambino di neanche tre anni quando osserva la tv? Così mi sono messo a fare qualche ricerca.

Mai lasciare un bambino solo davanti la tv

La prima cosa, ovvia, che ripetono tutti i principali esperti del settore, dagli psicologi a Telefono Azzurro, è che un bambino in età pre-scolare non si deve lasciare da solo davanti la tv. Facile a dirsi. Ovvio che preferisco stare accanto a lui. Ma in alcune circostanze – la sera, quando devo preparare la cena e siamo solo noi due in casa, ad esempio – la cosa diventa molto complicata. Nella mia ignoranza pensavo: “Vabbè, il telegiornale lo vede qui con me a tavola, e ci sono io che filtro. Di là, quando è da solo (siamo in due stanze limitrofe), al massimo guarda qualche cartone animato, Paw Patrol, Peppa Pig, Marsha&Orso o Blaze che sia. Che male può fargli?”. E invece sbagliavo. Studi, diversi studi, dimostrano che un bambino sotto i tre anni non distingue realtà da finzione, non percepisce differenza tra una scena di un bombardamento aereo in Siria e la scena di Marsha che prende a palle di neve Orso. La scoperta, ovviamente, mi ha fatto considerare la cosa da un altro punto di vista.

La scena violenta del telegiornale

Così mi sono reso conto che cambiare canale quando il tg affronta temi di guerra, di omicidi e di violenza in genere non basta (anche se da anni ho ormai abolito dal mio personale palinsesto i telegiornali che sguazzano tra immagini di miliziani che decapitano e terroristi che fanno stragi, riducendo praticamente la visione al solo tg di RaiNews24) . Anzi, è controproducente visto che gli esperti consigliano di non cambiare affatto canale, ma di fermarsi ad affrontare il tema. Come? Certo, si tratta sempre di un bimbo di tre anni, per cui il modo migliore è di spiegare la situazione che ha appena visto attraverso un’immagine o una fiaba che conosce, un personaggio dei cartoni animati che gli è famigliare. In modo, dicono, da riportare tutto ad una dimensione che già conosce e che quindi lo rassicura. Anche il disegno è una ‘terapia’ suggerita per alleggerire la tensione della violenza.

 La violenza nei cartoni animati e nelle pubblicità

Ma se è vero che il bambino in età prescolare non distingue realtà da finzione quando la osserva da uno schermo, il problema non è solo della violenza nei telegiornali. Diventa un peppa pig george pig fangoproblema anche una qualsiasi scena violenta di un cartone animato, di una pubblicità, di un video musicale.  L’associazione Telefono Azzurro da anni lo ribadisce. La stessa associazione che fa notare, inoltre, come in ambito giornalistico se è da una parte si tutelano i minori coinvolti direttamente nella notizia (omettendone il nome, e qualsiasi riferimento che lo possa fare identificare), dall’altra non c’è alcuna attenzione verso i minori che invece osservano passivamente il televisore o la foto pubblicata su un giornale. Così come spiega, in una bella intervista, anche la rivista Internazionale. In realtà il discorso non vale solo per le immagini: pensiamo a certi toni e certe parole usate nei talk show italiani…

 Gli effetti della violenza sui minori

Qui gli studi spaziano, e differiscono tra loro. Non tutti sono d’accordo che il bambino stimolato con la violenza attraverso le immagini risponda con violenza nei suoi comportamenti quotidiani. Anche se può capitare. Per tutti però la violenza vista in tv (o sul pc) ha ripercussioni sullo stato d’animo del minore, sul suo stato di attenzione, persino sulla percezioni fisica del dolore (per intenderci, i cartoni animati che cadono e si rialzano senza farsi male forniscono, nei bambini sotto i tre anni, una concezione del dolore e del pericolo sbagliati).

In conclusione

Detto tutto questo, credo che il concetto iniziale –  non lasciare mai un bambino solo davanti la televisione o il computer o il tablet – non abbia bisogno di ulteriori motivazioni in aggiunta. Ma ancora più importante, forse, è capire, osservando il bambino, quando è turbato da ciò che ha visto. Qui parlo per esperienza personale. Si vede chiaramente quando l’immagine che è passata davanti i suoi occhi l’ha colpito: muta espressione, cambia il modo in cui muove le mani o il corpo. Può capitare anche se la scena che ha visto ai nostri occhi pare la più innocua possibile. Basta fermarsi un attimo, chiedergli cosa lo turba, provare a riportare tutto ad una situazione a lui famigliare, che lo rassicuri, e lo riporti alla tranquillità. La guerra vista con gli occhi di mio figlio può insomma essere meno dura, meno traumatizzante, se la famiglia dedica del tempo a questi piccoli shock quotidiani.

C’è una postilla, necessaria. Ovviamente il discorso sopra vale se il genitore ha ancora una qualche reazione di fronte alla violenza. Se anche il genitore è ormai assuefatto dalle immagini di morte, di violenza, di terrore che i media ci propinano tutti i giorni, credo che per il bambino, purtroppo aggiungo, ci sia ben poca speranza.